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Maurizia Sala Video

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Maurizia Sala o la serialità dell’umano

In principio è la figura, o per meglio dire l’Uomo, la figura dell’Uomo, senza altra specificazione di genere e di razza. Non l’unico tema, certo, ma sicuramente il principale, quello che sta al centro dei suoi interessi, e che tutto lievita ed agisce e verso cui tutto converge, a tutto imprimendo le proprie leggi e il proprio senso.

Si può riassumere in questo il mondo figurativo di Maurizia Sala, non solo da oggi, da un quarantennio almeno, da quando cioè si è lasciata alle spalle le prime prove di impronta astrattista: in un progressivo appressamento al punto in cui pittura e vita si sposano, facendo sì che il reale nei suoi elementi formali si accampi sulla scena del quadro con assoluta naturalezza e necessità, quasi senza lasciar trasparire il logos, la regìa della mano e dell’occhio, per fare spazio a uno sguardo filtrato attraverso quel “sottile filtro onirico”, di cui già hanno parlato altri critici (nello specifico, Lidia Sirna), e che nel tempo si è andato sempre meglio precisando.

Una galleria di figure, dunque, di forme dalla chiusa compostezza, che all’umano si rapportano, all’interno di storie, le loro, e al tempo stesso fuori della storia, la nostra e collettiva: una teoria, nel suo senso più etimologico di “riflessione” e di “solenne ambasciata”, di “spettacolo”, che viene lanciata lì, proposta, nello spazio, prima ancora che del quadro, della fantasia e del cuore, con i paludamenti di una luce a tratti carnale e seducente, più spesso inquietante ed enigmatica.

Umani senza umanità, paradossalmente: figure-manichino, governate da un senso della scena ma non necessariamente disponibili a dire altro di sé se non la loro presenza, la loro qualità di allegorie della condizione umana fissate in icone di severa astoricità. Non parlano e non rispondono: alludono, in un gesto che sa di danza e di crudeltà rituale, pur nella dolcezza smemorante di certe scene e situazioni.

Come dire che le immagini convocate sono lasciate lì a recitare la propria parte in uno spazio immobile, dove la vita è resa muta e impenetrabile, dove il tempo non conta, sospeso com’è in una dimensione senza relazioni, in un silenzio sconfinato e metafisico, antimoderno.

In una parola, nel vuoto senza memoria di un’immobilità parmenidea.

Maschere della vita, emblemi, insomma, più che forme di quotidiana evidenza; immagini che rimandano ad altre immagini, a forme già viste nell’iperuranio dell’immaginario collettivo non soltanto novecentesco, da De Chirico a Picasso, da Magritte a Delvaux, ma anche alle erme dell’Isola di Pasqua e ai colossi delle Cicladi: visioni, in un certo senso seriali, identiche e al tempo stesso differenti, sia che implodano ripiegandosi su se stesse a riflettersi nello specchio della propria solitudine, sia che si protendano quasi a sfidare le leggi della gravità e della verosimiglianza oltre gli angusti confini del quadro con gesti e sguardi teatralmente eccessivi, sia che infrangano le regole della prospettiva in pose di ieratica dignità, precise e indistinte, totali e fuggevoli, incomplete ed esatte, lontanissime. Come è dei sogni sognati all’alba.

Del resto, non ci può essere pittore che non abbia intuizioni teoriche circa il rapporto che lo lega al mondo circostante, inteso non solo come persone, fatti, situazioni, ma anche referenti culturali e artistici, pittori e poeti, insomma, da invitare a rappresentarsi sul palcoscenico della propria potenza concettuale ed espressiva.

Voglio dire che chi si dispone a rappresentare, non può farlo ingenuamente a cuor leggero: non può farlo per illustrare, ma piuttosto deve avere una sua particolare visione delle cose e del mondo. Deve interpretare, ossia farsi mediatore andando dentro, penetrando in ciò che vede per estrarne e assimilarne il suo sangue più segreto.

Il risultato è una pittura colta e ben fatta, che gioca efficacemente le proprie carte con tutta la gamma delle sue risorse espressive (disegno, colore, ritmo), convinta che anche attraverso la sua sottile rete di segni e rimandi iconografici, di specchi, di siparietti, aperti su scenari di ordinaria allusività e inquietudine, se anche non le riuscisse di rinnovare la storia dell’arte, rinnovererà almeno se stessa, in una sorta di partenogenesi infinita.

VINCENZO GUARRACINO